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16 octobre 11 minuti - l'adolescenza -L'idea c'è, le mani scrivono da sole.
E mi perdo in questo alter-ego surreale..
Troppo lunga la digressione?
Vogliamo più aneddoti?
Vogliamo più spiegazioni?
O ce piace da morì?
Fatemi sapere, ci tengo al vostro giudizio, cari lettori! ;)
P.S. In preparazione 3 racconti, di cui due "thriller"-psicologico e l'altro con finale a sorpresa, strutturato per essere riletto 2 volte.
Ormai Andrea era cresciuto. Da piccolo non si rendeva conto di quello che accadeva, ma con il passare del tempo aveva cominciato a capire. Lui era diverso dagli altri, molto diverso. C’era come un qualcosa che gli permetteva di vedere il futuro prima che accadesse. O forse di vivere nel futuro. Cominciò a domandarsi se vedeva ciò che ancora doveva succedere e viveva nel presente o se la sua vita scorresse semplicemente prima del resto dell’umanità. Non capì mai bene questa sottile differenza, tuttavia comprese ed affrontò il lasso di tempo che lo separava inevitabilmente da una vita normale.
Aveva ormai piena propriocezione e fatto suo il concetto dello scorrere del tempo. Sentiva chiaramente di vivere una condizione diversa e ci si abituava, giorno dopo giorno. Era diventato in grado di agire nel presente, nonostante vivesse il futuro. Il suo corpo si era abituato ad agire in leggera differita rispetto a ciò che i sensi suggerivano, perfezionando sempre più la sua insolita tecnica. Ora sapeva perfettamente nel suo inconscio quanto fossero 11 minuti. Se vedeva cadere una castagna da un albero o un cane passare davanti alla sua casa, sapeva esattamente che quella castagna sarebbe caduta dopo 11 minuti e quel cane sarebbe passato dopo 11 minuti. Esatti.
Non se ne rese neanche conto del suo abituarsi progressivamente al divenire degli eventi. E’ come quando ci si sorprende a pensare ad altro mentre si recitano preghiere o quando guidando ti ritrovi a casa non ricordando di aver percorso il tratto di strada che ti separava da essa.
Ora sembrava quasi una persona normale. Molti lo consideravano strano, ma poi, andando al liceo e cambiando compagni di classe e conoscenti, lasciò dietro di sè anche la sua nomea di persona eccentrica.
E nessuno se ne accorse della sua preveggenza.
E neanche Andrea.
L’unica cosa che lo distingueva dagli altri era il riuscire perfettamente nelle interrogazioni, nel sapere misteriosamente quali domande celava il temuto compito in classe, quale professore sarebbe mancato.
Chi pensava fosse figlio di qualche professore che gli passava le dritte, chi sosteneva che fosse un teppistello che si intrufolava nella sala professori ogni notte. Le leggende su di lui erano libere di circolare, ma lui sarebbe sempre rimasto il beniamino della classe. Forse lo sfruttavano, forse era simpatico veramente. Ad Andrea non importava minimamente. Ora aveva degli amici ed era.. normale. Senza neanche accorgersene. La sua maledizione stava cominciando a trasformarsi in un dono.
Poi accadde.
I suoi occhi potevano prevedere ciò che sarebbe accaduto poco tempo dopo, ma non potevano capire quello che sarebbe accaduto al suo cuore. Era in corridoio, di quell’inverno del terzo liceo. Noioso, come al solito. E in più già sapeva che il professore di Matematica sarebbe mancato l’ora dopo. Appoggiato al termosifone, a braccia conserte. A parlare con un suo compagno di classe. Cappellino inzeppato su dei capelli ribelli, piercing all’orecchio, mani in tasca a pantaloni 2 taglie più grandi. Mani che cercano una cartina e del fumo. Il classico ribelle che si rivela una pecora da gregge. “Senti, a me de annà alla festa de quella cagna non me va proprio..” - Andrea annuì senza interesse - “Ma che t’ha mai salutato? Entra, ariva, pare che ce l’ha solo lei! Quella te vole fa annà là solo pe’ fatte vede quant’è ricca, quant’è bella, quant’è bona.. E pe fasse fa il regalo.. Hai trovato chi te da buca, chicca..” Si accorse involontariamente che il suo sguardo si era spostato dall’interlocutore a una figura indefinita sullo sfondo. Una figura indefinita, già. Con un sorriso. E dei capelli, castani, lucenti. Lunghi. Un maglione, tirato fino alle mani ritiratesi per il freddo. Sta veramente bene con quel maglione rosa, pensò Andrea. Ma preferisco quando.. Il suo respiro si fermò.
Solo in questo momento si rendeva conto che ogni santo giorno la osservava. Inconsciamente, certo, ma già sapeva che aveva un carattere coinvolgente, la risposta pronta. E che quando era in imbarazzo giocherellava con il labbro. Sofia.
“Ahò, ma me stai a sentì?”
Andrea fu riportato immediatamente sulla terra dalle sue congetture. Il cuore palpitava, le mani sudavano. “Cosa mi succede?” balenò nella sua mente.
“Ma che m’hai fatto parlà a voto fino a mo? E basta a fissà quella der secondo! Almeno te facessi avanti, ma ogni giorno te metti qua sur trespolo.”
Andrea tornò a guardarlo, di scatto. Ma allora tutti sanno! Tutti se ne sono accorti, possibile che solo io?... Farmi avanti.. Già. Perchè no?
Sorrise, e con uno sguardo di sfida ammiccante si congedò dal suo amico.
I passi erano pesanti, ma decisi.
“Ciao Sofia.”
La ragazza dal maglione rosa si voltò incuriosita, lentamente.
Andrea ora non era più imbarazzato.
“Sai, ho notato di averti notata..” Idiota! – pensò – Riprenditi!! “E’ oggi, guardandoti mentre ridevi e giocherellavi con il tuo labbro.. Ecco, come stai facendo adesso!”
Sofia indispettita tolse istintivamente la mano che era salita a stuzzicare le sue belle labbra e lo fissò imbronciata.
“Mi sono reso conto che.. non so.. hai qualcosa.. di.. speciale! Bello! Ecco, sei carina! Ecco.”
Cosa diavolo dici???
“Non so se avrai fatto caso, sto nella classe qui di fronte, sono del terzo anno. Mi chiamo Andrea, piacere!”
E sfoggiò un sorriso sereno, dopotutto, tendendo la mano. Ma Sofia non ricambiò il saluto. Le sue braccia scesero lungo i fianchi, i pugni si chiusero, i piedi si unirono. E la voce uscì.
“Certo che ci ho fatto caso! Sei sempre lì, a fissarmi! Ma credi che io sia deficiente? Sei un pervertito, per colpa tua mi è venuta l’ansia di uscire dalla mia classe! Con quel fare spocchioso che hai, circondato da gentaglia. Ma chi ti credi di essere? Vieni qui e pretendi di dirmi come mi comporto quando sono in imbarazzo, pretendi di conoscermi solo avendomi spiato, pretendi che io ti sorrida cordialmente alle tue avance? Bhe sai che ti dico? Se riuscirai a dirmi un solo motivo per cui io dovrei dare confidenza a un guardone, idiota, impacciato sfigato come te.. un solo motivo. E io uscirò con te.”
E’ incredibile quanto l’adolescenza possa rendere cattiva una persona. Ma Andrea non pensava a questo. Anzi. Pensava che lui nutriva un sentimento sincero per lei, che non era un guardone, che non era.. Ma le risate delle amiche di Sofia erano più forti di qualsiasi pensiero. L’umiliazione subita davanti ai suoi compagni di classe, che non lo avevano mai visto in difficoltà, lo sovrastava e lo rendeva impotente. Un nodo alla gola, una rabbia cieca che gli saliva, i piedi che smaniavano di andarsene.
“Senti, a me de annà alla festa de quella cagna non me va proprio..”
Andrea aveva il fiatone. Era stato talmente preso dall’abituale visione del futuro che non si accorgeva di essere ancora nel presente. E di sentire le stupide illazioni del suo amico. La rabbia che aveva in corpo era ancora prepotente e lo guardò duramente; si interruppe.
“Ma che c’hai, ao..?” disse con aria spaurita.
Guardò Sofia. Le sue parole lo avevano ferito. Parole che non aveva mai pronunciato, certo. E che non dovevano mai essere pronunciate. Si accorse che di tanto in tanto lo guardava di sottecchi e rideva con le sue amiche. Ma il suo sangue era gelido, il suo cuore impietrito. Ora vedeva solo una ragazzina egoista che lo aveva umiliato per il gusto di avere il consenso delle amiche.
La fissò fino a che lei non incrociò il suo sguardo. Il gelo scese nel corridoio, Sofia smise di ridere. Aveva i sensi di colpa per qualcosa che non aveva mai fatto. Andrea si voltò giurando che non avrebbe mai più degnato quella sciacquetta di un secondo di attenzione.
Aveva cambiato il futuro. |
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